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La sua pittura conobbe un primo periodo divisionista, quindi si orientò decisamente ai canoni e agli stilemi del futurismo. Nel 1916 conobbe a Ferrara Giorgio de Chirico, Alberto Savinio e Filippo De Pisis, e si volse alla pittura metafisica. A partire dal 1921 si nota nella sua opera un recupero della tradizione pittorica italiana antica, soprattutto nell'interpretazione di Giotto e Masaccio, che gli ispirò un'arte più figurativa, concretizzata in paesaggi e nature morte. La sua attività divenne intensissima: Carrà allestì numerose mostre, e ottenne premi e riconoscimenti ufficiali. Nelle ultime opere l'artista tornò a guardare alla pittura francese, e in particolare a Paul Cézanne, la cui produzione ispirò probabilmente alcuni quadri paesaggistici dipinti in Valsesia e Toscana.
Solitudine
1917
olio su tela; 91 x 55
Collezione privata
Carrà sfrutta uno spazio pittorico semplificato, naturalistico, utilizzando elementi emblematici come la lavagna, il manichino di spalle sul parallelepipedo e la stanza vuota dal pavimento ligneo, un'architettura visiva che allude al reale, superandone però i limiti di stabilità in una ricerca costruttiva illogica che esprime disagio ed estraneità.
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