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Chi sono
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Come mai "Lannaronca" è scritto tutto attaccato?
Fu lui a
chiamarmi per la prima volta Lannaronca, anzi per meglio dire Lannalonca. Ogni
volta che gli chiedevo:- Chi sono io?- Lui immancabilmente rispondeva con un
gran sorriso – Lannalonca!-
Di chi parlo? Ma di un bambino naturalmente, di un mio bambino, di uno
dei tanti che ha attraversato la mia vita, non solo, l’ha cambiata e ha fatto in
modo di non farsi scordare mai…
Ecco il mio
ricordo:
Finalmente è sera e come ogni sera mi siedo e faccio il “punto” della giornata.
La mia mente va come sempre a lui, nelle mie orecchie risuona ancora il suo
pianto, oggi non ne voleva proprio sapere di nessuno di noi e nemmeno i bambini
sono riusciti a ridargli il sorriso.
Questa mattina, mentre, una mano sulla maniglia, stavo entrando in classe, mi sono sentita apostrofare allegramente: -Ciao bambola!- Mi sono girata e lui era lì, seduto sul “bobarth” (un buffo seggiolino a tre ruote), che batteva i piedi e si mordicchiava le mani. Sembrava allegro e spensierato, assieme siamo entrati in classe e lui è subito stato circondato dai compagni che l’hanno accarezzato e coccolato, come solo loro sanno fare.
Mentre cercavo di far “digerire” le divisioni ai miei ragazzi, lui girava tra i banchi, cercando di attirare l’attenzione, tirando i capelli a qualche bimba o rovesciando matite e temperini per sentirne il rumore... tutto normale!
Abbiamo ormai acquisito la capacità di gestire la sua “allegria” e la quotidianità del lavoro scolastico, lui non è sopportato o assistito, è uno di noi, o come dicono i bimbi “fa parte del nostro gruppo”. Le mie lezioni non durano infatti mai molto a lungo, perché, se lui rimane in classe con noi, gradisce canti, giochi e conversazioni!
Poi ad un tratto tutto è cambiato e la situazione è precipitata velocemente. Alle 10 si è presentata l’assistente sanitaria e lui, associandola a spiacevoli ricordi di fisioterapie passate, ha cominciato a piangere e ad andare indietro gridando: -No, no!-.
Quando finalmente si è calmato e Grazia è andata via, Paola, la sua “dada” preferita l’ha portato in bagno per lavarlo e cambiarlo ed io l’ho spostato sulla statica, perché faccia come ogni giorno, la sua mezz'oretta di terapia, ma anche perché possa, stando eretto, partecipare più attivamente, guardandoci tutti negli occhi e non dal basso verso l’alto. L’ho messo vicino alla cattedra, ma mentre parlando, gli tenevo la mano, lui continuava a piangere, sommessamente, quasi dolorosamente e negli occhi dei bambini leggevo il dispiacere e l’impotenza: sono sicura che ognuno di loro avrebbe dato qualsiasi cosa pur di vederlo nuovamente sereno.
Certo che ricordo molto bene i primi giorni di scuola, parlo di quando eravamo in prima, erano così piccoli, ma già determinati a non farsi coinvolgere da quello strano ragazzo. Una parte di loro sembrava quasi non vederlo e faceva di tutto per non avvicinarsi nemmeno.
Quanta strada hanno percorso e quanta maturità hanno acquisito ora, a distanza di due anni, da questa esperienza di vita con un “diverso”! Allora non si sognavano nemmeno di consolarlo, ora invece si organizzano in gruppi che a turno stanno con lui, non lo lasciano mai solo, se manca si preoccupano e quando esce con Cristina o Anna, i suoi sostegni, lo vanno a cercare, quasi per sincerarsi che stia bene.
E lui? Lui che cosa ha ricevuto da tutti noi? Me lo chiedo spesso, sono circondata dai soliti luoghi comuni, che vorrebbero relegare chi non sembra come noi in disparte, con la scusa che in strutture adeguate riceve migliore assistenza! Ma lui non ha bisogno solo di assistenza, lui ha bisogno di sentirsi “bene”, accettato ed amato e se non imparerà a leggere e a scrivere non ha importanza, forse, in fondo, a modo suo, avrà imparato ad aver fiducia e non paura in quelli che gli stanno attorno, in qualche maniera avremo contribuito a renderlo felice.
Ormai la mattinata volgeva al termine ma lui non sembrava riprendersi, ora il pianto si era trasformato in scatti di rabbia e in pochi secondi tutto quello che era a portata della sua mano era finito in terra: il mio registro, la cucitrice, il barattolo delle matite, il suo orsacchiotto di peluche... pazienza, ormai era ora di andare a pranzo e la Dina era già arrivata per darmi il cambio. Mentre mi avviavo lungo le scale sentivo le loro voci che canticchiavano: - Andiam, andiam, andiamo a mangiar...-
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