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Riforma degli istituti tecnici, cosa cambia da settembre e perché scuole e studenti protestano

Studenti davanti a un istituto tecnico italiano durante una protesta con cartelli contro la riforma della scuola e il taglio degli anni di studio
Al centro delle proteste la riforma che prevede il nuovo modello 4+2 e le novità in vigore da settembre - lannaronca.it

Per molte famiglie il prossimo anno scolastico sembrava già scritto: iscrizione fatta, indirizzo scelto, libri già immaginati nello zaino. Poi è arrivata la riforma degli istituti tecnici, approvata il 19 febbraio e destinata a partire da settembre, con effetti su una parte enorme della scuola italiana: agli istituti tecnici è iscritto oltre il 30 per cento degli studenti delle superiori. Sulla carta la promessa è chiara: percorsi più vicini alle competenze richieste dal lavoro di oggi. Nella realtà, però, la riforma ha già acceso uno scontro concreto tra obiettivi ambiziosi e un’organizzazione che, a pochi mesi dal via, resta ancora piena di buchi.

Meno ore alle materie di base, più laboratori e aziende: ecco cosa cambia davvero

La riforma degli istituti tecnici sposta il baricentro verso una formazione più legata a industria, innovazione e competenze STEM, dentro il quadro del PNRR e del modello 4+2, cioè quattro anni di scuola superiore e due negli ITS. Il cambiamento tocca soprattutto l’orario: calano alcune ore delle materie di base, mentre cresce lo spazio che le scuole potranno usare per laboratori, inglese, progetti e attività costruite con aziende, università e centri di ricerca.

In tutto, gli istituti avranno a disposizione 561 ore in cinque anni: 66 ore l’anno nel primo biennio, 99 al terzo e al quarto anno e 231 al quinto. È qui che entrano in scena i “patti 4.0”, accordi con soggetti esterni pensati per rafforzare il legame con il territorio e con le richieste del mondo del lavoro locale. Il messaggio del ministero è netto: rendere questi percorsi più aderenti al mercato, dalla finanza al turismo, dall’elettronica alla meccanica, fino ad agraria e moda.

Ma ogni ora tolta o spostata ha effetti molto concreti in classe. Geografia sarà insegnata solo al primo anno. Italiano, al quinto, passerà da 132 a 99 ore. Matematica, nel triennio finale, scenderà da 132 a 99 ore l’anno. Per alcuni è un riequilibrio necessario. Per altri, invece, è il segnale di una scuola che rischia di tagliare proprio quella formazione generale che serve di più quando il lavoro cambia e chiede ragazzi non solo preparati sul piano tecnico, ma anche capaci di orientarsi.

Linee guida che mancano e rebus Scienze sperimentali: i nodi ancora aperti

La parte più contestata non è solo politica. È soprattutto pratica. In molte scuole si sta cercando di capire come tradurre la riforma nell’orario vero, quello fatto di cattedre, classi, programmi e libri di testo. Uno dei punti più delicati riguarda Scienze sperimentali, la nuova materia che mette insieme fisica, chimica, biologia e scienze della terra, ma con un monte ore più basso rispetto alla somma attuale delle singole discipline.

L’idea, di per sé, non viene bocciata da tutti. In altri sistemi scolastici formule più integrate esistono già. Ma funzionano quando c’è una progettazione solida, quando i docenti sono preparati a lavorare in modo interdisciplinare e quando le regole sono chiare prima dell’inizio dell’anno, non a ridosso della campanella. Qui, invece, restano aperte domande decisive: chi insegnerà la nuova materia, con quali classi di concorso, con quale equilibrio tra le diverse aree scientifiche, con quali criteri di valutazione, con quale libro.

Sono dubbi che nelle scuole pesano più di qualsiasi slogan. Nei collegi docenti e nelle segreterie basta un dettaglio tecnico per inceppare tutto. E un voto unico per una materia così composita non è affatto un dettaglio: cambia il modo di insegnare e anche quello di essere valutati. A rendere ancora più fragile la partenza c’è un fatto: le linee guida attuative non sono ancora arrivate in modo completo. Il 19 marzo il ministero ha inviato una circolare ai dirigenti scolastici, invitandoli di fatto a usare le ore di autonomia del primo biennio per assorbire almeno in parte i problemi iniziali. Una toppa, la leggono in molti. E il segnale di una riforma partita dall’alto e arrivata troppo in fretta nelle scuole, dove l’autonomia rischia di diventare non una risorsa, ma il modo con cui ogni istituto prova a cavarsela da solo.

Sciopero e proteste, il fronte delle critiche: tempi stretti, divari tra scuole e scelte troppo precoci

Le proteste esplose con lo sciopero nazionale del 7 maggio in molte città nascono proprio da qui: dalla distanza tra la portata delle modifiche e il poco tempo concesso per applicarle. Insegnanti, studenti e sindacati contestano sia il metodo sia il merito. Il decreto è diventato pubblico quando molte scuole avevano già definito l’offerta formativa e le famiglie avevano già concluso le iscrizioni. Una tempistica che ha dato l’idea di una decisione calata su un cantiere già aperto.

C’è poi il tema dell’autonomia delle scuole. Sulla carta significa flessibilità. Nella realtà, però, può allargare le differenze tra territori forti e territori fragili. Un istituto in una zona industriale ricca può trovare con più facilità imprese, laboratori, partner e occasioni. Una scuola del Sud o di aree meno produttive rischia di partire con molte meno possibilità. È uno degli effetti meno visibili della riforma, ma anche uno dei più pesanti nel medio periodo: un sistema pensato per avvicinare la scuola al lavoro potrebbe finire per accentuare divari che la scuola, semmai, dovrebbe ridurre.

Un’altra critica riguarda l’anticipo delle discipline di indirizzo già nel biennio iniziale, cioè in una fase in cui molti ragazzi stanno ancora cercando di capire che cosa vogliono fare davvero. Anche se dagli ultimi incontri tra ministero e sindacati è emerso che questa novità potrebbe non partire subito da settembre, il timore resta. Chiedere una scelta più precoce a 14 anni può sembrare efficiente sulla carta. Molto meno quando quella scelta la deve fare uno studente che cambia idea tre volte in un trimestre, come spesso succede a quell’età. Il ministro Giuseppe Valditara ha difeso la necessità di aggiornare percorsi fermi dal 2010, mentre dal ministero è arrivata anche la rassicurazione che il prossimo anno nessuno perderà il posto di lavoro. Ma nelle scuole il nodo non è solo occupazionale. È insieme culturale e organizzativo: quanto spazio deve avere l’impresa dentro la scuola, quanto può ridursi la formazione generale senza impoverire il percorso, e quanta fretta si può chiedere a istituti che stanno ancora aspettando istruzioni operative. Da settembre queste domande entreranno in aula insieme agli studenti e,  difficilmente, basterà un nuovo quadro orario per chiuderle.

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